Bello o brutto

Buongiorno e buon anno Glimposo a tutti voi!

Per questo primo post dell’anno ho scelto di mettere un attimo da parte le fiabe classiche (ma poi le riprendiamo eh, non vi preoccupate), per raccontarvi invece la storia di due donne e di un incontro tanto difficile inizialmente, quanto poi profondo e toccante.

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La nostra storia comincia quasi vent’anni fa, quando una delle due nostre protagoniste aveva all’incirca sedici anni ed era nel pieno del turbine adolescenziale, convinta di sapere già tutto della vita, sempre in costante ribellione con tutto e tutti, e alle prese con un lato e un gusto artistico acerbo e ampiamente limitato. La classica adolescente, insomma. Questa ragazzina, che così per comodità chiameremo Jennifer, un bel giorno venne portata a vedere una mostra di una pittrice che non aveva mai sentito nominare e di cui, giusto per dovere di cronaca, non poteva importarle di meno. Controvoglia e abbastanza seccata, Jennifer entrò alla mostra, non avendo idea di doverci rimanere per più di due ore. Al primo quadro pensò che si trattasse di uno scherzo: dai, nessuno poteva dipingere così male. Al secondo rimase letteralmente inorridita: ma chi avrebbe mai scelto di rappresentare una donna così brutta con dei fiori in testa, con un sopracciglione che manco Elio e con per di più con i baffetti?? Ah, era un autoritratto della pittrice, ottimo. E non ne aveva mica fatto uno solo di autoritratto, macché, ce n’erano un sacco, uno più brutto dell’altro. Uno con le scimmie, uno con dei vestiti assurdi e improponibili, uno addirittura doppio. E dopo gli orribili autoritratti, si poteva passare dalla rappresentazione di episodi di cronaca nera, a tragici episodi di vita dell’autrice, in un turbine di allegria e spensieratezza senza eguali. Insomma, per Jennifer furono due ore pesanti, infinite e assolutamente senza senso. E una volta fuori dalla mostra, decretò di non voler mai più avere a che fare con “opere d’arte” di quel tipo. Che l’arte era un’altra cosa, l’arte era bella, era serena, l’arte era Caravaggio, mica sta qua che com’è che si chiama? Ah sì, Frida qualcosa. No, no per carità.

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Facciamo ora un salto temporale di una quindicina di anni e ritroviamo la nostra ragazzina ormai cresciuta, alle prese non più con turbe adolescenziali, ma con uno di quei periodi neri che a volte la vita ti costringe ad affrontare. Ed eccola lì, la nostra Jennifer, che non sa dove sbattere la testa, e che poi si ricorda dell’arte. Quell’arte che la faceva stare bene, dipingendo e disegnando. Ma ora è tutto diverso. Ora non c’è spazio per il bello, perché di bello c’è poco e niente e allora succede. Succede che arriva il bisogno (perché di bisogno si tratta) di mettere su tela e su carta quello che hai dentro, quello che senti e provi, anche se è brutto, anche se fa male. Anzi, soprattutto se è brutto e fa male. E butti il colore sulla tela, la graffi, la copri completamente, e fanculo al bello. E poi riguardi quello che hai fatto ed è esteticamente brutto, ma per te no. Perché qui non è più una questione di bello o brutto, è questione che quello che hai dipinto sei tu, punto. E non devi essere bella o brutta, sei semplicemente tu. Ed è esorcizzante, cominci a stare meglio, e quello che dipingerai dopo sarà forse più sereno, ma ormai non avrà più importanza se sarà “bello” o no, purché sia tu.

Pochi anni dopo questa nuova esperienza artistica, succede che Jennifer incappa per caso in un documentario su Frida, quella stessa Frida che anni prima l’aveva così inorridita. Un po’ scettica e con un sorrisetto da “se vabbè, ho già visto quello che c’era da vedere tanti anni fa”, decide di guardarlo. Un’ora dopo si ritrova letteralmente in lacrime al racconto della vita della pittrice che anni prima aveva tanto snobbato e denigrato. Sissignori, la sottoscritta pippa qui presente, aveva finalmente capito che non aveva capito proprio un bel niente. La sciocca adolescente che vedeva dei brutti tratti e dei soggetti spiacevoli, adesso se ne stava col magone zitta in un angolo, vergognandosi come non mai.

Perché dietro a quei quadri, non c’era un bello o un brutto. C’era Frida, così com’era, con quello che viveva e provava, punto. C’era una donna forte e fragile, una donna innamorata, ferita, orgogliosa e unica, che metteva sé stessa in quello che faceva. Ogni suo quadro, ogni sua opera racconta di lei, senza maschere, senza inganni, con una sincerità che ci lascia disarmati, che ci trapassa come un pugno nello stomaco. E fa male. Ma fa anche bene, eccome se fa bene.

Ho avuto la fortuna di tornare lo scorso anno a vedere una mostra della Signora Kahlo, ed è stata un’esperienza bellissima e toccante, di cui porterò sempre un prezioso ricordo nel cuore.

Così oggi voglio lasciare a tutti voi un augurio per il nuovo anno. Voglio augurarvi di avere occhi che vadano al di là del bello e del brutto, voglio augurarvi di picchiare il naso contro i muri che spesso ci costruiamo da soli, voglio augurarvi di mettere sempre voi stessi in tutto quello che fate, così come siete senza filtri e senza maschere. E infine voglio lasciarvi un augurio con le parole di quella meravigliosa donna che era Frida: “Innamorati di te, della vita e dopo di chi vuoi”.

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Qui trovate il post originale realizzato per il meraviglioso blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2019/01/bello-o-brutto.html

Per questo progetto ho utilizzato:

Glimps Frida

 

 

 

 

Una mela al giorno…

Il Natale si avvicina e, come ogni anno, cominciano a spuntare ovunque luci colorate, alberi, palline e decorazioni di ogni tipo. E come ogni anno io comincio ad andare in visibilio e non vedo l’ora di cominciare ad addobbare casa cantando a squarciagola gingoooool beeeeeeeeel, gingooool ol de’ ueiiiiii (no, no, non è che non so l’inglese, è che canto in bergamasco). Nell’attesa della tanto agognata data per tirare fuori l’albero dal garage e Bublé dall’armadio, solitamente inizio a gironzolare per i vari villaggi di Natale, in cerca di ispirazione per le decorazioni, e proprio l’altro giorno sono incappata in una serie di fantastici alberi decorati con tante meravigliose mele rosse. E così, invece di trovare ispirazione per le mie decorazioni, mi è venuta l’idea di realizzare una card con la dolcissima Biancaneve Glimps, e con un albero addobbato proprio con tante mele.

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Che tanto, se le scappa la voglia di dare un morso e per caso sono avvelenate, c’è sempre il principe azzurro che le da’ un bacio e sistema tutto. O forse no? Se vi dicessi che il risveglio di Biancaneve non ha niente a che vedere con un bacio? Non ci credete? E allora mettetevi comodi sul divano con una bella coperta e una cioccolata calda, perché oggi vi voglio raccontare proprio la storia di Biancaneve, così come i nostri amici Grimm ce l’hanno riportata.

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C’era una volta una regina che cuciva vicino a una finestra e guardava la neve cadere. Ovviamente, visto che guardava i fiocchi di neve e non dove metteva l’ago, finì col pungersi un dito e una goccia di sangue cadde sulla candida neve depositatasi sul davanzale. Ed ecco che le viene la pensata del secolo: “Oh, come vorrei un bimbo bianco come la neve, rosso come il sangue e nero come l’ebano della finestra”. E tac, nel giro di poco (nelle fiabe si sa, il tempo è un concetto relativo e in questa, come vedremo, in particolar modo) diede alla luce una bimba con la pelle candida, le labbra rosse rosse e i capelli corvini, che chiamò Biancaneve. E chiaramente, dopo aver partorito, la regina morì. Che originalità.

Di lì a un anno il re decise di risposarsi con una donna bellissima ma che, come dire, se la menava un po’ ecco. Non che fosse cattiva, no no, semplicemente aveva la tendenza a far fuori qualsiasi fanciulla più bella di lei, ma che ci volete fare, ognuno ha le sue fisse. Per controllare di essere sempre la più bella del regno, si serviva di uno specchio magico, che ogni volta le ripeteva in rima quanto fosse bella, quanto fosse affascinante e così via. Finché, dopo sei anni (seguitemi con i calcoli: Biancaneve a questo punto ha sette anni), un giorno allo specchio salta in mente di dire che sì, sì lei è bella eh, ma Biancaneve ciaone, è molto più bella di lei. Apriti cielo. Alla regina prese una crisi isterica e convocò subito il fidato cacciatore di corte e gli ordinò di portare la fanciulla nel bosco, ucciderla e portarle come prova i suoi polmoni e il suo fegato (!!!). Il cacciatore che probabilmente era abituato agli scleri della regina, non si pose troppe domande e portò la povera Biancaneve nel bosco. In tutto ciò del re, padre di Biancaneve, non se ne sa più nulla. Così, casomai ve lo foste chiesti. Una volta portata Biancaneve nel bosco però, al cacciatore sembra spuntare una coscienza e non se la sente di ucciderla, così la lascia libera pensando “ma sì, tanto se la mangiano le belve feroci”. Ecco, dicevamo della coscienza… Alla regina, come prova portò gli organi di una malcapitata bestiola e furono tutti felici e soddisfatti.

Nel frattempo la piccola Biancaneve, cominciò a girovagare per il bosco, finché non trovò la casetta di sette nani addetti al settore estrazioni minerarie. Come tutti sanno, i nani decisero di tenere con loro la piccola bellissima bimba. A patto che tenesse la casa pulita, cucinasse, rammendasse, lavasse, cucisse e facesse la calza, s’intende. In due parole si tratta di sfruttamento minorile, ma vabbè. Biancaneve iniziò così a vivere con i nani. Ma non ci volle molto perché la regina decidesse di interrogare di nuovo lo specchio e venisse a conoscenza del fatto che la bimba fosse ancora viva. Questa volta decise di fare da sé, che dei cacciatori non ci si può proprio fidare. Si travestì da merciaia, andò alla casetta dei nani e si mise a gridare fuori dalla porta (cito testuali parole): “Roba bella, comprate!”. Tipo mercato del pesce per intenderci. Biancaneve, seppur avesse ricevuto raccomandazioni dai nani di non aprire a nessuno e di non accettare niente da nessuno, rimase conquistata dalle belle fasce che la merciaia vendeva e si fece convincere a provarne una. Chiaramente la regina/merciaia gliela strinse in vita fino a toglierle il respiro, lasciandola caduta a terra, convinta di averla uccisa. Ma i nani, che ce ne sapevano una più del diavolo, al loro ritorno capirono che era stata la regina e le slacciarono la fascia, facendo tornare in vita la piccola Biancaneve. La regina tornò a casa, interrogò lo specchio, scoprì di aver fallito, andò su tutte le furie e decise di riprovare. Sta volta si camuffò da povera donna, preparò dei pettini avvelenati e di nuovo si piazzò fuori dalla porta della casa dei nani gridando: “Roba bella! Comprate!”. Che io dico, ma almeno cambia tiritera no? Chi vuoi che ci caschi sta volt… ah, niente scherzavo. La piccola Biancaneve che, bella era bella per carità, ma non brillava proprio per furbizia, si lasciò convincere a farsi pettinare dalla donna con uno di quei bellissimi pettini. E zac, il pettine avvelenato la fece stramazzare al suolo. Ma per fortuna i nani capirono che la regina ci aveva riprovato, rimossero il pettine e di nuovo Biancaneve si riprese. Ancora una volta la regina tornò a casa, interrogò lo specchio, scoprì che Biancaneve se l’era cavata di nuovo, le partì un embolo e sta volta decise di fare sul serio. Ed eccoci finalmente alla famosa mela avvelenata, olè! La regina si travestì di nuovo, bussò alla porta della casetta e attenzione, Biancaneve questa volta le disse di non poter far entrare nessuno e di non poter accettare niente da nessuno, che i nani se no si sarebbero arrabbiati e avrebbero fatto un casino. Ma la regina riuscì a convincerla lo stesso ad assaggiare la mela, e la povera pallida bimba cadde a terra morta stecchita. I nani a sto giro non riuscirono a fare niente e la deposero in una bara, piangendola per tre giorni. Poi però, visto che non si decomponeva (oh, il solito, meraviglioso tocco macabro dei Grimm!), le fabbricarono una bella bara di cristallo e la esposero su di un monte. Così, tipo museo delle stranezze. Molto, molto tempo dopo… STOP: vi ricordo che Biancaneve quando muore ha sette anni. Qui si deduce che da morta deve per forza essere cresciuta, se no il seguito non ha senso. Non che abbia senso che cresca una volta morta e messa nella bara, ma insomma. Dicevamo, molto molto tempo dopo, passò di lì un bel principe che vide la mort… ehm, vide Biancaneve, e se ne innamorò perdutamente. Niente, i principi delle favole so’ strani, non c’è niente da fare. Qui comincia una contrattazione principe-nani per chi si deve tenere la bara con la nostra pallida protagonista, finché dopo tanto insistere i nani cedono e lasciano che il principe se la porti via. Tutto contento il principe ordinò ai suoi servitori di trasportare a spalle la bara fino al palazzo, ma essi inciamparono e, attenzione attenzione: per l’urto, il pezzo di mela avvelenata uscì dalla gola di Biancaneve ed essa tornò in vita.

Ve lo ridico con parole povere: Biancaneve fa un rigurgitino e si ripiglia. Niente baci. Bastava una pacca sulla schiena. E poi chiaramente Biancaneve e il principe vivranno felici e contenti e bla bla bla.

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E niente, quindi se decidete di addobbare il vostro albero con delle mele, auguri… a voi e famiglia (che si spera che nel caso, sia sempre disponibile a una pacca sulla schiena…).

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Qui trovate l’articolo originale per il meraviglioso blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2018/11/una-mela-al-giorno.html

SCARPETTE CHE MANDANO FUORI DI ZUCCA

Nel mese delle zucche per eccellenza, non potevo non scegliere di raccontarvi la storia della più famosa shoes addict delle fiabe e per farlo, quale modo migliore se non con una card realizzata con la meravigliosa Glimps Cenerentola, per quest’occasione abbinata alla più simpatica delle zucche?

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L’origine della storia di Cenerentola pare perdersi nella notte dei tempi, risalendo addirittura all’antico Egitto o in altre versioni all’antica Cina. La tradizione popolare l’ha raccontata a generazioni, fino a Perrault, ai fratelli Grimm e al nostro caro amico Walt Disney che come sempre è riuscito a regalare immortalità e dolcezza alla nostra fiaba.

Tra tutte le versioni che ne esistono, quella sicuramente più in tono con il mese di Halloween, è quella dei fratelli Grimm, che non solo donano il loro caratteristico tocco macabro/sanguinolento a tutta la vicenda, ma decidono di sostituire la figura della fata/madrina/comare/vecchina di turno con un simpatico uccellino coadiuvato da uno stormo di volatili vari ed eventuali.

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La scena si apre facendoci capire subito il tono leggero e simpatico che avrà tutta la vicenda: bimba rimane orfana di madre – si ritrova con un trio di megere composto nell’ordine da una perfida matrigna e da due sorellastre simpatiche come la sabbia nel costume d’estate – il padre, che potrebbe essere l’unica figura positiva, ovviamente è sempre in viaggio per lavoro. Un’overture coi fiocchi insomma. Come sappiamo, la piccola viene ridotta dalle donne di casa alla condizione di sguattera e a furia di essere sempre sporca della fuliggine del camino dove era ridotta a dormire, le viene appioppato il nome di Cenerentola. Un giorno il padre, partendo per il lavoro, chiede a tutte le donne di casa cosa avrebbero gradito come dono di ritorno dal suo viaggio: manco a dirlo matrigna e sorellastre chiedono vestiti e gioielli, ma la nostra protagonista no, lei chiede al padre di portarle il primo rametto che avesse urtato il suo cappello nel viaggio di ritorno. Ora, io capisco che può non fregarti niente di vestiti e gioielli, ma puoi chiedere mille altre cose, che so, timbri, fustelle, la nuova Planner Glimps… macchè. Lei vuole un rametto. E il padre, senza porsi troppe domande (e probabilmente convincendosi di avere una figlia un po’ sciroccata per via della troppa cenere sniffata nel camino) le porta il suddetto rametto. Una volta avutolo, Cenerentola lo pianta sulla tomba della madre e ci piange sopra talmente tante lacrime che il rametto diventa in men che non si dica un bell’alberello di nocciolo. Alla faccia delle nuove frontiere dell’agricoltura biologica. E su questo alberello, ci va ad abitare un uccellino magico che esaudisce tutti i suoi desideri. Come questo fatto non cambi immediatamente la sorte della povera incenerata donzella, rimane un mistero, ma va bè. Caso vuole che proprio nel periodo dell’arrivo del magico uccellino, il re decida di dare un mega super ballo di tre giorni per trovare una moglie al figlio. Sissignori, tre giorni, mica uno, tre. Matrigna e sorellastre si strappano i capelli dall’agitazione e cominciano a farsi preparare da Cenerentola abiti, gioielli e ammennicoli vari per partecipare alla fiesta del secolo a cui, inutile dirlo, la nostra protagonista non potrà partecipare: prima per via di assurdi compiti assegnatele dal simpatico trio e poi per mancanza di un abito decente. Niente, loro se ne vanno al ballo e lei rimane a piangere sul suo alberello. E finalmente il nostro amico uccellino decide di darsi da fare e capendo che la povera donzella desidera andare alla festa, la ricopre con abito e scarpe d’oro e d’argento e lei tutta contenta se ne va al ballo. No, niente zucche e carrozze, ai Grimm non piacciono gli ortaggi, si va al ballo a piedi. Conosce il principe, ci balla tutta sera e poi sul più bello decide che è ora di andare. Attenzione: non c’è l’ultimatum della mezzanotte, decide lei che se ne vuole andare. Il principe vorrebbe accompagnarla, ma lei scappa. Il perché non è dato di sapere. Idem succede la seconda sera, sul più bello lei scappa e il principe rimane come una pippa. La terza ed ultima sera però durante la sua fuga, Cenerentola perde la famosa scarpetta (fortunatamente per lei in questa versione è in tessuto di fili d’oro e non di cristallo, se no sai il mal di piedi dopo tre sere a ballare con scarpe di vetro), ma non perché le scivoli via. No, il principe, che dopo le prime due sere si è fatto furbo, ha fatto cospargere la scalinata del castello di pece, per farci rimanere appiccicata la sua bella. E invece nada, ci si appiccica solo una scarpetta. Il giorno dopo comincia lo scarpa-tour che tutti conosciamo per ritrovare la bella e misteriosa fuggitiva. Che io dico, ci hai ballato cheek to cheek per tre sere e ti serve una scarpa per riconoscerla? Mah… E qui i Grimm danno il loro meglio: alla prova della scarpetta da parte delle sorellastre, parte la sequenza splatter. La prima per farsela andare bene si taglia via l’alluce e la seconda si trancia il tallone, ovviamente dietro consiglio della premurosa matrigna: Tarantino, scansate proprio. Dopo aver sventato gli inganni delle sorellastre (con l’aiuto di magici pennuti amici del nostro uccellino del nocciolo, perché da solo non ce la fa), il principe riesce finalmente a infilare la scarpetta a Cenerentola e a riconoscerla come la misteriosa fanciulla del ballo. Olè! Manco a dirlo si sposano e le sorellastre si imbucano alle nozze, tanto per partecipare alla fortuna di Cenerentola. Ma qui i Grimm ci danno la massima soddisfazione della vendetta finale, facendole accecare (un occhio per volta, per gustarsi meglio la scena) da due simpatiche colombelle di passaggio.

Ciao ciao anche a Hitchcock e felice Halloween a tutti voi!

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Qui trovate l’articolo originale per il meraviglioso blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2018/10/scarpette-che-mandano-fuori-di-zucca.html

Foglie, foglie, foglie!!

Quest’anno inizio l’Autunno con una carica speciale, fatta di tutti i sorrisi, gli abbracci, le amicizie e gli incontri che mi ha regalato il meraviglioso Meeting Asi Lombardia di ieri.

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Ringrazio tutte voi che siete state fantastiche compagne in questa avventura fatta di tanti colori, che avete sopportato per tutto il giorno il mio ripetere “mi raccomando, state leggere” (perchè repetita iuvant, sed stufant…), che avete colorato ogni foglia di questo progetto, che mi avete regalato sorrisi, abbracci e la più grande soddisfazione del mondo nel vedere nascere dalle vostre mani tanti capolavori ❤️ 

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Voglio ringraziare in modo particolare Eda Cabrini e tutte le ragazze responsabili per ASI Lombardia, per questa bellissima possibilità e per tutto l’impegno che mettono per rendere sempre ASI una grande famiglia in cui sentirsi accolti a braccia aperte.
E un ringraziamento di cuore a Veronica Ginocchio che mi ha affiancato dall’inizio in questo progetto e che, riuscendo a divincolarsi tra i miei deliri, è riuscita come sempre a creare una meravigliosa Glimps per dare il benvenuto all’Autunno (a proposito, se fossi in voi correrei a vedere la nuova collezione dedicata a questa bellissima stagione, perchè è qualcosa di fenomenale!).

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Lascio a tutti voi l’augurio di un meraviglioso Autunno, ricco di colori e di sogni da poter seguire e realizzare giorno dopo giorno ❤️🍁🍃

 

A pirate’s life for me

Buongiorno a tutti! Oggi voglio farvi salpare con me nei pescosi mari dei digi-stamp, per andare alla scoperta del tesoro della stagione estiva: la nuova collezione Glimps dedicata a pirati e sirene!

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Inutile dirvi che ho adorato subito tutti i nuovi soggetti e sentiments della collezione, e che scegliere quale utilizzare per questo post è stato veramente difficile, perché sono davvero uno più bello dell’altro. Ma alla fine la passione per i pirati ha avuto la meglio e così ho deciso di utilizzare il “Pirata barbetta” (gamba di legno, orecchino e teschio sul cappello, direi proprio il Pirata con la P maiuscola!) e l”Isola del tesoro”, apportando però qualche modifica per il progetto che avevo in mente.

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Una delle cose che adoro quando utilizzo i digi-stamp è la versatilità che offrono, perché dal momento che si tratta di un prodotto digitale è possibile non solo ingrandire e ridurre un soggetto, o invertirne l’orientamento, ma anche accostarlo ad un altro creando già una scena o un’ambientazione precisa. Ad esempio, in questo caso ho invertito l’orientamento del pirata e l’ho accostato al forziere dell’Isola del tesoro, togliendo però la palma e le nuvolette, dal momento che avevo deciso di ambientare la scena della mia card in una grotta. In modo analogo, ho scelto uno dei sentiments a tema e l’ho ridimensionato sviluppandolo in orizzontale per poterlo adattare alla mia card.

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Ed ecco una card che racconta di pirati, misteri e tesori nascosti… chi parte all’avventura con me?

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Qui trovate l’articolo originale per il meraviglioso blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2018/07/yo-ho-yo-ho-pirates-life-for-me.html

Non importa sai, c’avevo judo…

Una delle cose che ho amato da subito delle bellissime Glimps, è stata la grande varietà e originalità dei soggetti disegnati da Veronica. Quando la prima volta che ho lavorato con i suoi digi stamp sono andata a curiosare sul sito Glimps, da appassionata di fiabe quale sono (ma dai, non l’avevate capito?), mi sono fiondata subito nella sezione principesse e qui ho avuto la piacevolissima sorpresa di scoprire che Veronica non solo aveva realizzato le classiche principesse con cui tutte noi siamo cresciute da bambine, ma aveva fatto molto di più. Aveva scelto di affiancare alle classiche eroine delle fiabe, anche le loro dirette antagoniste, le grandi cattive. Ed è proprio di una di queste cattive di cui oggi voglio parlarvi. E badate bene, non si tratta di una cattiva qualunque. No, noi oggi parliamo della Cattiva con la C maiuscola. Parliamo di quella cattiva che già nel suo nome viene identificata per essere sua maestà della perfidia: Malefica.

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Io non so voi, ma da bambina io avevo una paura pazzesca di Malefica. Si, per carità, anche gli altri personaggi cattivi facevano brutto, ma Malefica… lei proprio non mi faceva dormire la notte. Eppure, se ci prendessimo la briga di fare un passo indietro e cercare nei vecchi libri di fiabe la versione originale di Perrault de La Bella Addormentata nel Bosco, non solo scopriremmo che la storia originale è, ancora una volta, molto molto (molto l’ho già detto?) diversa dalla versione che tutti conosciamo, ma scopriremmo anche che Malefica (che per altro qui non viene nemmeno chiamata per nome, tanto per dirne una) fa giusto, giusto una comparsata per lanciare il famoso maleficio del fuso sulla principessina in fasce, e poi sparisce. Niente, nada, non se ne parla più.

In due parole se volessimo riscrivere la storia e avere Malefica come protagonista sarebbe andata più o meno così:

“C’era una volta una fata (attenzione, attenzione: non è una strega, nossignori, è una fata!) che si era rinchiusa nella sua torre e da moltissimi anni non si faceva vedere in giro. Per questo motivo tutti pensavano che la suddetta fata fosse caduta vittima di un incantesimo o peggio, che fosse addirittura morta stecchita (fa niente se nessuno si fosse preso la briga di controllare, ma va bè). In realtà nessuna delle due ipotesi era corretta. La fata era semplicemente un tipo solitario, aveva la sua scraproom e ci scrappava dalla mattina alla sera, tanto da non rendersi conto del passare del tempo (e a chi non è successo?). Capitò che nel regno nacque una piccola principessina e che il re e la regina diedero per l’occasione un fastoso ricevimento, invitando anche tutte le fate del regno. Ovviamente, per i motivi sopra citati, la nostra solitaria, scrapposa e misantropa fata non venne presa in considerazione nemmeno per sbaglio. Ma tutto questo trambusto del ricevimento arrivò lo stesso alle orecchie della nostra protagonista, che guarda un po’ ci rimase parecchio male, ma male male eh. E così, invece di prenderla con filosofia (‘non importa sai, c’avevo judo…’), fece la pensata del secolo: ‘Ah, sovrani dei miei stivali, voi non mi invitate? E io mi imbuco lo stesso alla festa, tiè’. E così il giorno del ricevimento si presentò a palazzo e si piantò bella bella proprio di fronte ai sovrani, i quali ci rimasero con un palmo di naso e cercarono di scusarsi in qualche modo: ‘Ah capperi, ma allora non sei mort… ehm cioè, wow ti trovo in forma! Dai facciamo finta che non sia successo niente, vieni a farti un drink alla salute della picciridda!’. La nostra solitaria, misantropa e permalosa fata a questo punto si inacidisce come un limone andato a male e decide di vendicarsi dell’oltraggio subito: ‘Pensavi fossi morta, eh? E nel dubbio non spendi neanche due miseri sesterzi per mandare lo stesso l’invito che non-si-sa-mai-che-mi-fossi-sbagliato? E mi dovrei bere un drink? Ma allora sai che c’è? Ti faccio fuori la figlioletta, tiè! Così la prossima volta voglio proprio vedere se non mi inviti’. Misantropa, solitaria, permalosa, acida e vendicativa… ah, che meraviglia! E detto ciò si avvicinò alla culla e lanciò il maleficio che tutti conosciamo: a sedici anni la principessa si sarebbe punta la mano con il fuso di un arcolaio e sarebbe morta. Soddisfatta del suo operato, si tracannò un drink ‘alla salute della picciridda’ e se ne tornò nella sua torre dove visse a lungo felice e contenta. Fine.”

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Come fine? Tutto qui? Il resto della storia procede poi sereno e pacifico senza nominare più nemmeno per sbaglio la nostra fata. Che poi voglio dire, se non era per lei, non c’era proprio la storia… Niente, va bè.

Ma quindi l’accanimento a cercare la principessa sparita per sedici lunghi anni, gli improperi ai suoi scagnozzi, il suo fedele corvo, il bosco di rovi e il terrificante drago che tutti abbiamo in mente? Da dove arrivano? Tutto questo signore e signori, è ancora una volta opera del buon vecchio Walt Disney, proprio lui in carne ed ossa. A lui va riconosciuto il grande merito di aver riscoperto e sicuramente valorizzato una fata inacidita trasformandola nella grande Malefica, con corvo, sfera verdognola e tutti gli annessi e connessi. Walt ci ha regalato la Signora di tutte le cattive e con lei un sacco di notti insonni. Grazie vecchio amico e grazie anche da parte della mia mamma.

Ma il mio speciale grazie di oggi va a Veronica, che con le sue fantastiche Glimps mi ha dato l’opportunità di avere Malefica come protagonista di questo progetto e di esorcizzare attraverso carta e colori la paura tremenda di tutte quelle notti lontane.

E, per dirla proprio con Malefica: “Per la prima volta dopo sedici anni (ok magari qualcuno in più), dormirò bene…”.

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Qui trovate l’articolo originale per il meraviglioso blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2018/06/non-importa-sai-cavevo-judo.html

To Infinity and Beyond

Poco più di un mese fa ho avuto il grandissimo piacere di scrivere un post Glimposo come Guest Designer e oggi mi trovo qui a tenervi nuovamente compagnia con il mio primo post come membro del DT Glimps! Che dire? Potrei raccontarvi della bellissima sorpresa che mi ha fatto Veronica chiedendomi di entrare a far parte di questo super Team, o dell’emozione di aggiungermi ad una squadra di Creative con la C maiuscola, ma le parole non sarebbero abbastanza.

E allora, per farvi capire meglio il mio stato d’animo, oggi vi voglio portare sulle stelle con me!

Dal momento che fiabe e cartoni animati sono una delle mie grandi passioni, ho chiesto a Veronica di poter dedicare prevalentemente i miei post al magico mondo delle favole. Indovinate la mia felicità, quando non solo mi ha dato il via libera, ma mi ha anche proposto di inaugurare questa nuova avventura con uno dei nuovissimi e meravigliosi Digi Glimps dedicati a Toy Story!

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Per chi non lo conoscesse (compiti a casa: guardare Toy Story 1, 2 e 3), Toy Story è un cartone animato di casa Disney che racconta la storia di un gruppo di giocattoli che, non visto dal suo piccolo proprietario, si anima e vive un sacco di avventure. Non solo, Toy Story racconta delle amicizie quelle vere, quelle che sembrano impossibili e che si rivelano poi essere uniche e magiche. Di più, Toy Story racconta dei nostri sogni di quando eravamo piccoli e di quando ogni giocattolo ci faceva vivere storie meravigliose in mondi lontani e rendeva possibile ogni magia.

In questo gruppo di giocattoli, oltre allo straordinario sceriffo Woody (di cui sicuramente vi racconterò più avanti in un’altra occasione) e ad altri meravigliosi e buffi personaggi, c’è lui: il mega super fantastico Space Ranger, Buzz Lightyear!

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Buzz è di gran lunga uno dei miei personaggi preferiti di sempre, non solo perché è un eroe carismatico e un giocattolo super accessoriato, ma soprattutto perché è uno di quei personaggi che affronta quel difficile percorso che lo porta a scoprire chi è veramente, e ad accettarsi così come è. Il che lo rende a tutti gli effetti un vero eroe spaziale!

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Poter lavorare con la versione Glimps di Buzz è stato davvero entusiasmante e divertente, e mi ha fatto fare letteralmente un tuffo nello Spazio!

Ed è proprio qui, nello Spazio e in mezzo alle stelle che voglio portarvi oggi, per farvi vivere con me questa nuova e fantastica avventura! Siete pronti? E allora si parte: verso l’Infinito e oltre!

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Qui trovate il link all’articolo originale sul meraviglioso Blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2018/04/il-dt-glimps-si-allargaaaavi-presento.html