Little Red Riding Hood

Hi everyone! I’m back with a new project as DT member for Tandiart and AB Studio.

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Today I show you my new Art Journal pages. I made a little illustration using the beautiful “Little Red Riding Hood” stamp, taken from the new release by TandiArt for AB Studio: I think the new products are beautiful, especially for those who love fairytales (like me!!).

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So, it’s fairytales time! I wait for you on my YouTube channel with a special video, to show you the steps of colouring and to tell you a fairytale…

I hope it will inspire you and I wait for you for my next project.


For this project I used: Rubber stamp ID-394 TandiArt Fairy

SCARPETTE CHE MANDANO FUORI DI ZUCCA

Nel mese delle zucche per eccellenza, non potevo non scegliere di raccontarvi la storia della più famosa shoes addict delle fiabe e per farlo, quale modo migliore se non con una card realizzata con la meravigliosa Glimps Cenerentola, per quest’occasione abbinata alla più simpatica delle zucche?

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L’origine della storia di Cenerentola pare perdersi nella notte dei tempi, risalendo addirittura all’antico Egitto o in altre versioni all’antica Cina. La tradizione popolare l’ha raccontata a generazioni, fino a Perrault, ai fratelli Grimm e al nostro caro amico Walt Disney che come sempre è riuscito a regalare immortalità e dolcezza alla nostra fiaba.

Tra tutte le versioni che ne esistono, quella sicuramente più in tono con il mese di Halloween, è quella dei fratelli Grimm, che non solo donano il loro caratteristico tocco macabro/sanguinolento a tutta la vicenda, ma decidono di sostituire la figura della fata/madrina/comare/vecchina di turno con un simpatico uccellino coadiuvato da uno stormo di volatili vari ed eventuali.

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La scena si apre facendoci capire subito il tono leggero e simpatico che avrà tutta la vicenda: bimba rimane orfana di madre – si ritrova con un trio di megere composto nell’ordine da una perfida matrigna e da due sorellastre simpatiche come la sabbia nel costume d’estate – il padre, che potrebbe essere l’unica figura positiva, ovviamente è sempre in viaggio per lavoro. Un’overture coi fiocchi insomma. Come sappiamo, la piccola viene ridotta dalle donne di casa alla condizione di sguattera e a furia di essere sempre sporca della fuliggine del camino dove era ridotta a dormire, le viene appioppato il nome di Cenerentola. Un giorno il padre, partendo per il lavoro, chiede a tutte le donne di casa cosa avrebbero gradito come dono di ritorno dal suo viaggio: manco a dirlo matrigna e sorellastre chiedono vestiti e gioielli, ma la nostra protagonista no, lei chiede al padre di portarle il primo rametto che avesse urtato il suo cappello nel viaggio di ritorno. Ora, io capisco che può non fregarti niente di vestiti e gioielli, ma puoi chiedere mille altre cose, che so, timbri, fustelle, la nuova Planner Glimps… macchè. Lei vuole un rametto. E il padre, senza porsi troppe domande (e probabilmente convincendosi di avere una figlia un po’ sciroccata per via della troppa cenere sniffata nel camino) le porta il suddetto rametto. Una volta avutolo, Cenerentola lo pianta sulla tomba della madre e ci piange sopra talmente tante lacrime che il rametto diventa in men che non si dica un bell’alberello di nocciolo. Alla faccia delle nuove frontiere dell’agricoltura biologica. E su questo alberello, ci va ad abitare un uccellino magico che esaudisce tutti i suoi desideri. Come questo fatto non cambi immediatamente la sorte della povera incenerata donzella, rimane un mistero, ma va bè. Caso vuole che proprio nel periodo dell’arrivo del magico uccellino, il re decida di dare un mega super ballo di tre giorni per trovare una moglie al figlio. Sissignori, tre giorni, mica uno, tre. Matrigna e sorellastre si strappano i capelli dall’agitazione e cominciano a farsi preparare da Cenerentola abiti, gioielli e ammennicoli vari per partecipare alla fiesta del secolo a cui, inutile dirlo, la nostra protagonista non potrà partecipare: prima per via di assurdi compiti assegnatele dal simpatico trio e poi per mancanza di un abito decente. Niente, loro se ne vanno al ballo e lei rimane a piangere sul suo alberello. E finalmente il nostro amico uccellino decide di darsi da fare e capendo che la povera donzella desidera andare alla festa, la ricopre con abito e scarpe d’oro e d’argento e lei tutta contenta se ne va al ballo. No, niente zucche e carrozze, ai Grimm non piacciono gli ortaggi, si va al ballo a piedi. Conosce il principe, ci balla tutta sera e poi sul più bello decide che è ora di andare. Attenzione: non c’è l’ultimatum della mezzanotte, decide lei che se ne vuole andare. Il principe vorrebbe accompagnarla, ma lei scappa. Il perché non è dato di sapere. Idem succede la seconda sera, sul più bello lei scappa e il principe rimane come una pippa. La terza ed ultima sera però durante la sua fuga, Cenerentola perde la famosa scarpetta (fortunatamente per lei in questa versione è in tessuto di fili d’oro e non di cristallo, se no sai il mal di piedi dopo tre sere a ballare con scarpe di vetro), ma non perché le scivoli via. No, il principe, che dopo le prime due sere si è fatto furbo, ha fatto cospargere la scalinata del castello di pece, per farci rimanere appiccicata la sua bella. E invece nada, ci si appiccica solo una scarpetta. Il giorno dopo comincia lo scarpa-tour che tutti conosciamo per ritrovare la bella e misteriosa fuggitiva. Che io dico, ci hai ballato cheek to cheek per tre sere e ti serve una scarpa per riconoscerla? Mah… E qui i Grimm danno il loro meglio: alla prova della scarpetta da parte delle sorellastre, parte la sequenza splatter. La prima per farsela andare bene si taglia via l’alluce e la seconda si trancia il tallone, ovviamente dietro consiglio della premurosa matrigna: Tarantino, scansate proprio. Dopo aver sventato gli inganni delle sorellastre (con l’aiuto di magici pennuti amici del nostro uccellino del nocciolo, perché da solo non ce la fa), il principe riesce finalmente a infilare la scarpetta a Cenerentola e a riconoscerla come la misteriosa fanciulla del ballo. Olè! Manco a dirlo si sposano e le sorellastre si imbucano alle nozze, tanto per partecipare alla fortuna di Cenerentola. Ma qui i Grimm ci danno la massima soddisfazione della vendetta finale, facendole accecare (un occhio per volta, per gustarsi meglio la scena) da due simpatiche colombelle di passaggio.

Ciao ciao anche a Hitchcock e felice Halloween a tutti voi!

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Qui trovate l’articolo originale per il meraviglioso blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2018/10/scarpette-che-mandano-fuori-di-zucca.html

Non importa sai, c’avevo judo…

Una delle cose che ho amato da subito delle bellissime Glimps, è stata la grande varietà e originalità dei soggetti disegnati da Veronica. Quando la prima volta che ho lavorato con i suoi digi stamp sono andata a curiosare sul sito Glimps, da appassionata di fiabe quale sono (ma dai, non l’avevate capito?), mi sono fiondata subito nella sezione principesse e qui ho avuto la piacevolissima sorpresa di scoprire che Veronica non solo aveva realizzato le classiche principesse con cui tutte noi siamo cresciute da bambine, ma aveva fatto molto di più. Aveva scelto di affiancare alle classiche eroine delle fiabe, anche le loro dirette antagoniste, le grandi cattive. Ed è proprio di una di queste cattive di cui oggi voglio parlarvi. E badate bene, non si tratta di una cattiva qualunque. No, noi oggi parliamo della Cattiva con la C maiuscola. Parliamo di quella cattiva che già nel suo nome viene identificata per essere sua maestà della perfidia: Malefica.

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Io non so voi, ma da bambina io avevo una paura pazzesca di Malefica. Si, per carità, anche gli altri personaggi cattivi facevano brutto, ma Malefica… lei proprio non mi faceva dormire la notte. Eppure, se ci prendessimo la briga di fare un passo indietro e cercare nei vecchi libri di fiabe la versione originale di Perrault de La Bella Addormentata nel Bosco, non solo scopriremmo che la storia originale è, ancora una volta, molto molto (molto l’ho già detto?) diversa dalla versione che tutti conosciamo, ma scopriremmo anche che Malefica (che per altro qui non viene nemmeno chiamata per nome, tanto per dirne una) fa giusto, giusto una comparsata per lanciare il famoso maleficio del fuso sulla principessina in fasce, e poi sparisce. Niente, nada, non se ne parla più.

In due parole se volessimo riscrivere la storia e avere Malefica come protagonista sarebbe andata più o meno così:

“C’era una volta una fata (attenzione, attenzione: non è una strega, nossignori, è una fata!) che si era rinchiusa nella sua torre e da moltissimi anni non si faceva vedere in giro. Per questo motivo tutti pensavano che la suddetta fata fosse caduta vittima di un incantesimo o peggio, che fosse addirittura morta stecchita (fa niente se nessuno si fosse preso la briga di controllare, ma va bè). In realtà nessuna delle due ipotesi era corretta. La fata era semplicemente un tipo solitario, aveva la sua scraproom e ci scrappava dalla mattina alla sera, tanto da non rendersi conto del passare del tempo (e a chi non è successo?). Capitò che nel regno nacque una piccola principessina e che il re e la regina diedero per l’occasione un fastoso ricevimento, invitando anche tutte le fate del regno. Ovviamente, per i motivi sopra citati, la nostra solitaria, scrapposa e misantropa fata non venne presa in considerazione nemmeno per sbaglio. Ma tutto questo trambusto del ricevimento arrivò lo stesso alle orecchie della nostra protagonista, che guarda un po’ ci rimase parecchio male, ma male male eh. E così, invece di prenderla con filosofia (‘non importa sai, c’avevo judo…’), fece la pensata del secolo: ‘Ah, sovrani dei miei stivali, voi non mi invitate? E io mi imbuco lo stesso alla festa, tiè’. E così il giorno del ricevimento si presentò a palazzo e si piantò bella bella proprio di fronte ai sovrani, i quali ci rimasero con un palmo di naso e cercarono di scusarsi in qualche modo: ‘Ah capperi, ma allora non sei mort… ehm cioè, wow ti trovo in forma! Dai facciamo finta che non sia successo niente, vieni a farti un drink alla salute della picciridda!’. La nostra solitaria, misantropa e permalosa fata a questo punto si inacidisce come un limone andato a male e decide di vendicarsi dell’oltraggio subito: ‘Pensavi fossi morta, eh? E nel dubbio non spendi neanche due miseri sesterzi per mandare lo stesso l’invito che non-si-sa-mai-che-mi-fossi-sbagliato? E mi dovrei bere un drink? Ma allora sai che c’è? Ti faccio fuori la figlioletta, tiè! Così la prossima volta voglio proprio vedere se non mi inviti’. Misantropa, solitaria, permalosa, acida e vendicativa… ah, che meraviglia! E detto ciò si avvicinò alla culla e lanciò il maleficio che tutti conosciamo: a sedici anni la principessa si sarebbe punta la mano con il fuso di un arcolaio e sarebbe morta. Soddisfatta del suo operato, si tracannò un drink ‘alla salute della picciridda’ e se ne tornò nella sua torre dove visse a lungo felice e contenta. Fine.”

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Come fine? Tutto qui? Il resto della storia procede poi sereno e pacifico senza nominare più nemmeno per sbaglio la nostra fata. Che poi voglio dire, se non era per lei, non c’era proprio la storia… Niente, va bè.

Ma quindi l’accanimento a cercare la principessa sparita per sedici lunghi anni, gli improperi ai suoi scagnozzi, il suo fedele corvo, il bosco di rovi e il terrificante drago che tutti abbiamo in mente? Da dove arrivano? Tutto questo signore e signori, è ancora una volta opera del buon vecchio Walt Disney, proprio lui in carne ed ossa. A lui va riconosciuto il grande merito di aver riscoperto e sicuramente valorizzato una fata inacidita trasformandola nella grande Malefica, con corvo, sfera verdognola e tutti gli annessi e connessi. Walt ci ha regalato la Signora di tutte le cattive e con lei un sacco di notti insonni. Grazie vecchio amico e grazie anche da parte della mia mamma.

Ma il mio speciale grazie di oggi va a Veronica, che con le sue fantastiche Glimps mi ha dato l’opportunità di avere Malefica come protagonista di questo progetto e di esorcizzare attraverso carta e colori la paura tremenda di tutte quelle notti lontane.

E, per dirla proprio con Malefica: “Per la prima volta dopo sedici anni (ok magari qualcuno in più), dormirò bene…”.

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Qui trovate l’articolo originale per il meraviglioso blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2018/06/non-importa-sai-cavevo-judo.html

Guest Design Glimps

Quando Veronica mi ha chiesto di realizzare una card come Guest Designer per il blog delle Glimps, dopo essermi ripresa dalla super sorpresa, mi sono trovata davanti a un enorme problema: quale Glimps scegliere che sono una più bella dell’altra?? Ho fatto scorrere più di una volta le immagini e tutte le volte l’occhio mi è caduto sulla bellissima Tiana e sul Principe Ranocchio.

E allora, visto che per me ogni card racconta un po’ una storia, oggi vi voglio raccontare la favola del Principe Ranocchio.

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C’era una volta un ranocchio che un giorno incontrò una bella principessa e le disse: “Se tu mi dai un bacio, io mi trasformerò in un bellissimo principe, ti sposerò e vivremo felici e contenti”. La principessa non se lo fece ripetere due volte, lo baciò ed ecco che il ranocchio si trasformò in un bellissimo principe. Si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

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Questa è la favola che tutti noi conosciamo e che ci ha fatto pensare almeno una volta nella vita di baciare una rana, perché non si sa mai che potesse essere in realtà un bel principe.

Ma se io vi dicessi che nessuna principessa ha mai baciato un ranocchio? Se vi dicessi che per trasformare il ranocchio in un principe c’è voluto ben altro che un bacio?

Dimentichiamo per un momento la storia che ci è stata raccontata e proviamo a recuperare la favola dei Fratelli Grimm per vedere com’è andata in realtà…

C’era una volta una giovane principessa che tutti i giorni giocava con la sua palla d’oro (e niente, c’è chi fa scrap e chi gioca con una palla d’oro, il mondo è bello perché è vario…) in un bosco vicino ad una sorgente. Un giorno la palla cadde nell’acqua nel punto in cui era più profonda (tiè, meglio lo scrap), senza che la principessa avesse modo di recuperarla. La principessa iniziò a piangere e piangere e piangere, senza riuscire a smettere. Quand’ecco che un ranocchio le si avvicinò e le disse: “Che hai Principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi!”, che tradotto in parole povere sta per: “Hai rotto le sfericità a mezzo bosco con le tue lagne, manco ti fossi persa l’ultima release di Tim Holtz!”. La principessa raccontò allora della palla, e il ranocchio, pensatoci su un momento, le propose un patto: se lui avesse recuperato la palla, lei lo avrebbe portato con sé al castello e avrebbe obbedito ad ogni suo volere e ad ogni suo capriccio. La giovane (e mi permetto di aggiungere poco brillante) principessa acconsentì subito pur di riavere la sua amata palla d’oro. Che io dico, ma lascia lì la palla e scrappa un po’, no? Va beh. Niente, in pochi istanti il ranocchio si tuffò nella sorgente e ne riemerse portando la tanto agognata palla alla principessa, la quale una volta riavutala, se ne tornò al castello piantando lì il ranocchio. Così, alla faccia della correttezza. Ma quest’ultimo non si era scordato dell’accordo e il giorno seguente si recò al castello pretendendo che la principessa mantenesse il patto fatto. La principessa cercò dapprima di ignorare il ranocchio, ma dietro la spinta del re suo padre, che le rammentò che la parola data va sempre mantenuta (evvai, almeno un personaggio con un briciolo di integrità! Olè!), dovette cedere e cominciare ad accontentare le richieste del ranocchio: “Mettimi qui, spostami lì, fammi mangiare dal tuo piatto, adesso sono stanco voglio dormire nel tuo letto (!!!)” e via di questo passo. Insomma il ranocchio non lasciava respiro alla principessa (lo dicevo io che le conveniva lasciar perdere la palla e mettersi a scrappare…), facendosi servire e riverire in tutto. La principessa provò allora a lamentarsi con il padre, il quale però la sgridò e le disse che non doveva disprezzare chi l’aveva aiutata nel momento del bisogno (ok, sei il personaggio integerrimo, abbiamo afferrato). Allora la principessa prese controvoglia il ranocchio e lo portò nella sua cameretta, lasciandolo però in un angolo e andandosene a dormire (ok dai, non è brillante e non scrappa, ma tutti i torti qui non ce li ha…).

E attenzione, adesso arriva il bello.

Il ranocchio arrivò ai piedi del letto e le disse di tirarlo su e farlo dormire con lei, perché altrimenti lo avrebbe detto a suo padre (sfruttatore e ricattatore, di bene in meglio…). La principessa arrivata ormai all’esasperazione (e direi che era anche ora), prese il ranocchio e con tutte le sue forze lo gettò contro la parete: “Adesso starai zitto, brutto ranocchio!”. Ma quando si rialzò da terra non era più un ranocchio: si era trasformato in un bel principe dagli occhi ridenti, e per volere del re i due giovani si sposarono e vissero felici e contenti.

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REPLAY: lei lo scatafascia contro la parete e lui si trasforma in principe. Niente bacio. Nemmeno uno piccolo, piccolo, per sbaglio. Niente. Lei lo spiaccica e lui si trasforma. E vivono felici e contenti. Mah.

Non so voi, ma io tra la versione sbaciucchiosa e quella originale dei Fratelli Grimm, preferisco di gran lunga la versione di casa Disney. Dove c’è una donna meravigliosa che crede fermamente nei suoi sogni e che lotta per realizzarli, il che la rende la Principessa con la P maiuscola. E dove c’è un ranocchio che aspetta solo il bacio del vero amore, per regalarci ancora una volta il lieto fine che ogni favola merita.

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Qui trovate il link all’articolo originale sul meraviglioso Blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2018/03/guest-design-glimps-jennifer-rustioni.html