A Fairy in New York

Hi everyone! Are you ready to start a new journey in a world full of colours?

Today I show you my latest project for TandiArt and AB Studio: a New York scene card.

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When I saw for the first time this lovely fairy , I immediately imagined her in an urban contest. Since she looks so modern and cool, I thought she was a perfect city fairy!

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And what city better than New York could represent an urban context? So, my fairy flies to the USA for a trip in the magical “Big Apple”!

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I create for you a video tutorial to show you every step to realize this card.

Hope you like it!

Enjoy it!


For this project I used: https://shop.agabaraniak.com/ru/tandiart-rubber-stamps/rubber-stamp-id-86.html

Note creative

Buona domenica amici creativi!

Per il progetto di oggi ho pensato di unire la musica dell’arpa celtica e lo scrap, due mie grandi passioni, uscendo per una volta dalla mia comfort-zone di cardmaker e realizzando un layout.

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L’idea è nata dal bellissimo timbro di Aall&Create dedicato alla musica: la chitarra rappresentata mi ha fatto sorridere ricordandomi le volte in cui la mia arpa celtica è stata definita una “strana chitarra” e di conseguenza ho pensato subito di realizzare un layout con una foto scattata durante un concerto, accostandola proprio all’immagine della chitarra.

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Vi lascio un video tutorial dove potrete vedere tutti i passaggi per realizzare questo progetto 🙂

Buona domenica e buona creatività a tutti!

Prodotti utilizzati

The little pink cloud

When I was just a little girl, my grandma was used to tell me fairytales. One day she invented for me and for her other grandchildren, the fairy tale of the little pink cloud: it was a story that I loved so much and it made me dream for so long.

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When I saw this beautiful stamp, designed by TandiArt for AB Studio, I immediately remembered the grandma’s fairy tale, so I imagined this sweet fairy surrounded by soft pink clouds.

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So, this is my project: a card, as if it were a small illustration of a fairy tale telling of a distant time, when I dreamt sitting on a small pink cloud. ☺️☁️


Heart on Earth

Buona domenica mondo creativo!

Oggi comincia un’avventura spaziale e per un anno vi terrò compagnia anche da quel meraviglioso pianeta creativo che è Marte Savona ☺️💫

Sono felicissima di essere atterrata su questo bellissimo pianeta creativo, dove per tutto l’anno vi terrò compagnia con i miei colori, insieme alle mie colleghe marziane 😊

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Per realizzare questo progetto ho scelto un meraviglioso set di timbri di Paper Artsy con fiori e foglie, di cui mi sono innamorata e che sicuramente utilizzerò anche per progetti futuri. Di questo set, per la card di oggi, ho utilizzato le foglie, con cui ho creato un pattern.

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Ho applicato la tecnica no-line coloring, timbrando cioè con un colore chiaro (ho utilizzato il Distress Oxide Old paper) per non avere i contorni definiti ed ottenere così un effetto delicato.

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Una volta creato il pattern, ho iniziato a colorare le foglie utilizzando i meravigliosi Ink Extreme di Tommy Art, acquerellando con la tonalità Prato.

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Dopo una prima stesura del colore, ho creato le ombre, dando profondità alle foglie con il Distress Marker Peeled Paint.

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Originariamente avrei voluto aggiungere al progetto anche un fiore dello stesso set, ma una volta terminata la colorazione del fondo pattern, mi sono innamorata dell’effetto botanical e ho deciso di lasciare solo le foglie.

A questo punto ho fustellato la scritta Today in gomma crepla nera, con una fustella di Kesi’Art e ho scelto le altre parole per creare il sentiment per la mia card, dalla fantastica Big Chat – Spiral Bound Stickers, una raccolta di parole adesive firmata Tim Holtz.

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Infine ho incollato la fustellata e le parole sulla card, aggiungendo come ultimo tocco degli enamel dots neri.

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Concludo questo mio primo post, dedicando a voi l’augurio di questa card, di vivere quotidianamente i vostri sogni, senza rimandarli mai a domani, perché ogni giorno presente possa essere speciale e unico.

 

 

 

New Adventure

Today I’m starting my new adventure as DT member for TandiArt and ABstudio🤩

I’m so happy and honored to be in this fabulous DT!! 😍🤩

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I’m so excited and I can’t wait to show you all wonderful products of this fabolous brand! 😍

My first project is a card realized by using this sweet Little Prince stamp: I so do love the TandiArt design, it’s so original and inspiring!

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I coloured stamp and the background with Distress Ink and watercolors, to get a delicate effect. Then I realized details using water drops and a white fine point permanent marker.

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Hope you like it and I wait for you for the next project! ☺️🎨

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Bello o brutto

Buongiorno e buon anno Glimposo a tutti voi!

Per questo primo post dell’anno ho scelto di mettere un attimo da parte le fiabe classiche (ma poi le riprendiamo eh, non vi preoccupate), per raccontarvi invece la storia di due donne e di un incontro tanto difficile inizialmente, quanto poi profondo e toccante.

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La nostra storia comincia quasi vent’anni fa, quando una delle due nostre protagoniste aveva all’incirca sedici anni ed era nel pieno del turbine adolescenziale, convinta di sapere già tutto della vita, sempre in costante ribellione con tutto e tutti, e alle prese con un lato e un gusto artistico acerbo e ampiamente limitato. La classica adolescente, insomma. Questa ragazzina, che così per comodità chiameremo Jennifer, un bel giorno venne portata a vedere una mostra di una pittrice che non aveva mai sentito nominare e di cui, giusto per dovere di cronaca, non poteva importarle di meno. Controvoglia e abbastanza seccata, Jennifer entrò alla mostra, non avendo idea di doverci rimanere per più di due ore. Al primo quadro pensò che si trattasse di uno scherzo: dai, nessuno poteva dipingere così male. Al secondo rimase letteralmente inorridita: ma chi avrebbe mai scelto di rappresentare una donna così brutta con dei fiori in testa, con un sopracciglione che manco Elio e con per di più con i baffetti?? Ah, era un autoritratto della pittrice, ottimo. E non ne aveva mica fatto uno solo di autoritratto, macché, ce n’erano un sacco, uno più brutto dell’altro. Uno con le scimmie, uno con dei vestiti assurdi e improponibili, uno addirittura doppio. E dopo gli orribili autoritratti, si poteva passare dalla rappresentazione di episodi di cronaca nera, a tragici episodi di vita dell’autrice, in un turbine di allegria e spensieratezza senza eguali. Insomma, per Jennifer furono due ore pesanti, infinite e assolutamente senza senso. E una volta fuori dalla mostra, decretò di non voler mai più avere a che fare con “opere d’arte” di quel tipo. Che l’arte era un’altra cosa, l’arte era bella, era serena, l’arte era Caravaggio, mica sta qua che com’è che si chiama? Ah sì, Frida qualcosa. No, no per carità.

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Facciamo ora un salto temporale di una quindicina di anni e ritroviamo la nostra ragazzina ormai cresciuta, alle prese non più con turbe adolescenziali, ma con uno di quei periodi neri che a volte la vita ti costringe ad affrontare. Ed eccola lì, la nostra Jennifer, che non sa dove sbattere la testa, e che poi si ricorda dell’arte. Quell’arte che la faceva stare bene, dipingendo e disegnando. Ma ora è tutto diverso. Ora non c’è spazio per il bello, perché di bello c’è poco e niente e allora succede. Succede che arriva il bisogno (perché di bisogno si tratta) di mettere su tela e su carta quello che hai dentro, quello che senti e provi, anche se è brutto, anche se fa male. Anzi, soprattutto se è brutto e fa male. E butti il colore sulla tela, la graffi, la copri completamente, e fanculo al bello. E poi riguardi quello che hai fatto ed è esteticamente brutto, ma per te no. Perché qui non è più una questione di bello o brutto, è questione che quello che hai dipinto sei tu, punto. E non devi essere bella o brutta, sei semplicemente tu. Ed è esorcizzante, cominci a stare meglio, e quello che dipingerai dopo sarà forse più sereno, ma ormai non avrà più importanza se sarà “bello” o no, purché sia tu.

Pochi anni dopo questa nuova esperienza artistica, succede che Jennifer incappa per caso in un documentario su Frida, quella stessa Frida che anni prima l’aveva così inorridita. Un po’ scettica e con un sorrisetto da “se vabbè, ho già visto quello che c’era da vedere tanti anni fa”, decide di guardarlo. Un’ora dopo si ritrova letteralmente in lacrime al racconto della vita della pittrice che anni prima aveva tanto snobbato e denigrato. Sissignori, la sottoscritta pippa qui presente, aveva finalmente capito che non aveva capito proprio un bel niente. La sciocca adolescente che vedeva dei brutti tratti e dei soggetti spiacevoli, adesso se ne stava col magone zitta in un angolo, vergognandosi come non mai.

Perché dietro a quei quadri, non c’era un bello o un brutto. C’era Frida, così com’era, con quello che viveva e provava, punto. C’era una donna forte e fragile, una donna innamorata, ferita, orgogliosa e unica, che metteva sé stessa in quello che faceva. Ogni suo quadro, ogni sua opera racconta di lei, senza maschere, senza inganni, con una sincerità che ci lascia disarmati, che ci trapassa come un pugno nello stomaco. E fa male. Ma fa anche bene, eccome se fa bene.

Ho avuto la fortuna di tornare lo scorso anno a vedere una mostra della Signora Kahlo, ed è stata un’esperienza bellissima e toccante, di cui porterò sempre un prezioso ricordo nel cuore.

Così oggi voglio lasciare a tutti voi un augurio per il nuovo anno. Voglio augurarvi di avere occhi che vadano al di là del bello e del brutto, voglio augurarvi di picchiare il naso contro i muri che spesso ci costruiamo da soli, voglio augurarvi di mettere sempre voi stessi in tutto quello che fate, così come siete senza filtri e senza maschere. E infine voglio lasciarvi un augurio con le parole di quella meravigliosa donna che era Frida: “Innamorati di te, della vita e dopo di chi vuoi”.

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Qui trovate il post originale realizzato per il meraviglioso blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2019/01/bello-o-brutto.html

Per questo progetto ho utilizzato:

Glimps Frida

 

 

 

 

Una mela al giorno…

Il Natale si avvicina e, come ogni anno, cominciano a spuntare ovunque luci colorate, alberi, palline e decorazioni di ogni tipo. E come ogni anno io comincio ad andare in visibilio e non vedo l’ora di cominciare ad addobbare casa cantando a squarciagola gingoooool beeeeeeeeel, gingooool ol de’ ueiiiiii (no, no, non è che non so l’inglese, è che canto in bergamasco). Nell’attesa della tanto agognata data per tirare fuori l’albero dal garage e Bublé dall’armadio, solitamente inizio a gironzolare per i vari villaggi di Natale, in cerca di ispirazione per le decorazioni, e proprio l’altro giorno sono incappata in una serie di fantastici alberi decorati con tante meravigliose mele rosse. E così, invece di trovare ispirazione per le mie decorazioni, mi è venuta l’idea di realizzare una card con la dolcissima Biancaneve Glimps, e con un albero addobbato proprio con tante mele.

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Che tanto, se le scappa la voglia di dare un morso e per caso sono avvelenate, c’è sempre il principe azzurro che le da’ un bacio e sistema tutto. O forse no? Se vi dicessi che il risveglio di Biancaneve non ha niente a che vedere con un bacio? Non ci credete? E allora mettetevi comodi sul divano con una bella coperta e una cioccolata calda, perché oggi vi voglio raccontare proprio la storia di Biancaneve, così come i nostri amici Grimm ce l’hanno riportata.

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C’era una volta una regina che cuciva vicino a una finestra e guardava la neve cadere. Ovviamente, visto che guardava i fiocchi di neve e non dove metteva l’ago, finì col pungersi un dito e una goccia di sangue cadde sulla candida neve depositatasi sul davanzale. Ed ecco che le viene la pensata del secolo: “Oh, come vorrei un bimbo bianco come la neve, rosso come il sangue e nero come l’ebano della finestra”. E tac, nel giro di poco (nelle fiabe si sa, il tempo è un concetto relativo e in questa, come vedremo, in particolar modo) diede alla luce una bimba con la pelle candida, le labbra rosse rosse e i capelli corvini, che chiamò Biancaneve. E chiaramente, dopo aver partorito, la regina morì. Che originalità.

Di lì a un anno il re decise di risposarsi con una donna bellissima ma che, come dire, se la menava un po’ ecco. Non che fosse cattiva, no no, semplicemente aveva la tendenza a far fuori qualsiasi fanciulla più bella di lei, ma che ci volete fare, ognuno ha le sue fisse. Per controllare di essere sempre la più bella del regno, si serviva di uno specchio magico, che ogni volta le ripeteva in rima quanto fosse bella, quanto fosse affascinante e così via. Finché, dopo sei anni (seguitemi con i calcoli: Biancaneve a questo punto ha sette anni), un giorno allo specchio salta in mente di dire che sì, sì lei è bella eh, ma Biancaneve ciaone, è molto più bella di lei. Apriti cielo. Alla regina prese una crisi isterica e convocò subito il fidato cacciatore di corte e gli ordinò di portare la fanciulla nel bosco, ucciderla e portarle come prova i suoi polmoni e il suo fegato (!!!). Il cacciatore che probabilmente era abituato agli scleri della regina, non si pose troppe domande e portò la povera Biancaneve nel bosco. In tutto ciò del re, padre di Biancaneve, non se ne sa più nulla. Così, casomai ve lo foste chiesti. Una volta portata Biancaneve nel bosco però, al cacciatore sembra spuntare una coscienza e non se la sente di ucciderla, così la lascia libera pensando “ma sì, tanto se la mangiano le belve feroci”. Ecco, dicevamo della coscienza… Alla regina, come prova portò gli organi di una malcapitata bestiola e furono tutti felici e soddisfatti.

Nel frattempo la piccola Biancaneve, cominciò a girovagare per il bosco, finché non trovò la casetta di sette nani addetti al settore estrazioni minerarie. Come tutti sanno, i nani decisero di tenere con loro la piccola bellissima bimba. A patto che tenesse la casa pulita, cucinasse, rammendasse, lavasse, cucisse e facesse la calza, s’intende. In due parole si tratta di sfruttamento minorile, ma vabbè. Biancaneve iniziò così a vivere con i nani. Ma non ci volle molto perché la regina decidesse di interrogare di nuovo lo specchio e venisse a conoscenza del fatto che la bimba fosse ancora viva. Questa volta decise di fare da sé, che dei cacciatori non ci si può proprio fidare. Si travestì da merciaia, andò alla casetta dei nani e si mise a gridare fuori dalla porta (cito testuali parole): “Roba bella, comprate!”. Tipo mercato del pesce per intenderci. Biancaneve, seppur avesse ricevuto raccomandazioni dai nani di non aprire a nessuno e di non accettare niente da nessuno, rimase conquistata dalle belle fasce che la merciaia vendeva e si fece convincere a provarne una. Chiaramente la regina/merciaia gliela strinse in vita fino a toglierle il respiro, lasciandola caduta a terra, convinta di averla uccisa. Ma i nani, che ce ne sapevano una più del diavolo, al loro ritorno capirono che era stata la regina e le slacciarono la fascia, facendo tornare in vita la piccola Biancaneve. La regina tornò a casa, interrogò lo specchio, scoprì di aver fallito, andò su tutte le furie e decise di riprovare. Sta volta si camuffò da povera donna, preparò dei pettini avvelenati e di nuovo si piazzò fuori dalla porta della casa dei nani gridando: “Roba bella! Comprate!”. Che io dico, ma almeno cambia tiritera no? Chi vuoi che ci caschi sta volt… ah, niente scherzavo. La piccola Biancaneve che, bella era bella per carità, ma non brillava proprio per furbizia, si lasciò convincere a farsi pettinare dalla donna con uno di quei bellissimi pettini. E zac, il pettine avvelenato la fece stramazzare al suolo. Ma per fortuna i nani capirono che la regina ci aveva riprovato, rimossero il pettine e di nuovo Biancaneve si riprese. Ancora una volta la regina tornò a casa, interrogò lo specchio, scoprì che Biancaneve se l’era cavata di nuovo, le partì un embolo e sta volta decise di fare sul serio. Ed eccoci finalmente alla famosa mela avvelenata, olè! La regina si travestì di nuovo, bussò alla porta della casetta e attenzione, Biancaneve questa volta le disse di non poter far entrare nessuno e di non poter accettare niente da nessuno, che i nani se no si sarebbero arrabbiati e avrebbero fatto un casino. Ma la regina riuscì a convincerla lo stesso ad assaggiare la mela, e la povera pallida bimba cadde a terra morta stecchita. I nani a sto giro non riuscirono a fare niente e la deposero in una bara, piangendola per tre giorni. Poi però, visto che non si decomponeva (oh, il solito, meraviglioso tocco macabro dei Grimm!), le fabbricarono una bella bara di cristallo e la esposero su di un monte. Così, tipo museo delle stranezze. Molto, molto tempo dopo… STOP: vi ricordo che Biancaneve quando muore ha sette anni. Qui si deduce che da morta deve per forza essere cresciuta, se no il seguito non ha senso. Non che abbia senso che cresca una volta morta e messa nella bara, ma insomma. Dicevamo, molto molto tempo dopo, passò di lì un bel principe che vide la mort… ehm, vide Biancaneve, e se ne innamorò perdutamente. Niente, i principi delle favole so’ strani, non c’è niente da fare. Qui comincia una contrattazione principe-nani per chi si deve tenere la bara con la nostra pallida protagonista, finché dopo tanto insistere i nani cedono e lasciano che il principe se la porti via. Tutto contento il principe ordinò ai suoi servitori di trasportare a spalle la bara fino al palazzo, ma essi inciamparono e, attenzione attenzione: per l’urto, il pezzo di mela avvelenata uscì dalla gola di Biancaneve ed essa tornò in vita.

Ve lo ridico con parole povere: Biancaneve fa un rigurgitino e si ripiglia. Niente baci. Bastava una pacca sulla schiena. E poi chiaramente Biancaneve e il principe vivranno felici e contenti e bla bla bla.

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E niente, quindi se decidete di addobbare il vostro albero con delle mele, auguri… a voi e famiglia (che si spera che nel caso, sia sempre disponibile a una pacca sulla schiena…).

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Qui trovate l’articolo originale per il meraviglioso blog Glimps:

http://glimpsbyparticolarte.blogspot.com/2018/11/una-mela-al-giorno.html